Beauty saved us once: Le Théâtre de la Mode.

8 Prima della seconda guerra mondiale Parigi era il luogo in cui si partorivano le tendenze del momento. Nella sola capitale si contavano fino a 70 case di moda oltre alla costellazione di maison più piccole. Dopo la guerra l’ industria della moda francese, che era stata il secondo motore economico della nazione, un’ importante fonte di lavoro nonché manifestazione di una forte identità culturale, era in ginocchio.
I clienti in continuo calo e la difficoltà di approvvigionarsi di materiali a causa della carenza di stoffe, fili e tutta la minuteria necessaria a cucire, costrinsero molti atelier alla chiusura. Inoltre, ad intaccare ulteriormente lo status di Parigi quale capitale della moda, il programma dell’ occupazione tedesca di trasformare Berlino e Vienna nei nuovi centri propulsori della haute couture europea. Il piano tedesco era semplice e ben studiato: bisognava appropriarsi degli archivi della Chambre Syndicale de la Haute Couture Parisienne, depositaria della memoria storica delle maison parigine; introdurre successivamente sussidi ai produttori di abbigliamento tedeschi e consigliare caldamente la mobilità dei sarti francesi in Germania al fine di costituire delle scuole di sartoria.
La decisa opposizione del presidente della Chambre Syndicale, Lucien Lelong convinto che “E’ a Parigi o è da nessuna parte“, alimentò un moto di indignazione generale e la circolazione di nuove idee e progetti: Parigi avrebbe ricostruito il suo primato della città nel campo della moda, del gusto e dello stile. Nasce così il nucleo concettuale de il Théâtre de la Mode, grazie soprattutto all’ impulso di Robert Ricci, figlio della famosa stilista Nina Ricci.
Stilisti, artisti, scenografi, scrittori, regis11ti, le menti creative più fervide dell’epoca al servizio di un progetto che con il tempo si configurerà come una riuscitissima campagna promozionale a favore della possibile rinascita della moda francese nel resto d’Europa e in America. Da Parigi, infatti la mostra si sposterà a Londra, Barcellona, Vienna e Stoccolma e nel 1946 approderà persino in America, dove a New York e a San Francisco gli stilisti rinnovarono l’abbigliamento dei manichini secondo l’ultima moda.
Eliane Bonabel, illustratrice, fu incaricata di disegnare la modesta silhouette dei manichini che non doveva distogliere l’attenzione dall’abito indossato dagli stessi.

I manichini, tutti delle medesime dimensioni, circa 27 pollici, costruiti in filo metallico, materiale resistente e facilmente reperibile, furono realizzati dall’artista Jean Saint-Martin e a modellare le teste delicate fu lo scultore Jean Rebull.

Jean Cocteau, Christian Be9rard, Jean Saint-Martin, Georges Wakhevitch e Jean Denis Malcles realizzarono i 13 scenari, raffiguranti sfondi parigini o luoghi immaginari in cui si sarebbero inseriti i manichini.

Le case di moda che aderirono al progetto tra cui Balenciaga, Hermes, Lanvin, Pacquin, Patou, Schiaparelli, Fath, Carvin, Madame Gres e Worth, idearono, ognuna cinque vestiti, curati nei minimi dettagli, dai bottoni, alle chiusure fino ai minutissimi ricami e agli accessori quali scarpe in miniatura, borse, guanti, cappelli, cinture, gioielli e persino parrucche ad hoc.
Si lavorava in condizioni precarie a causa della penuria di tessuti e cuoio; gli stessi aghi erano divenuti rarissimi; i fili colorati introvabili tanto che bisognava procurarsi del filo bianco da tingere; i tagli incessanti sull’elettricità; la mancanza di riscaldamento nei laboratori in pieno inverno; l’ andare a piedi o in bicicletta a lavoro; l’acqua ghiacciata dove immergere le pelli. Eppure queste enormi difficoltà pratiche non stemperarono l’entusiasmo degli artisti e dei numerosi artigiani che parteciparono alla realizzazione del progetto.
Tutto ciò fino al debutto del Théâtre de la Mode nel Museo delle arti decorative del Louvre, il marzo del 1945. Il successo dell’ operazione fu clamoroso tanto che nel solo giorno dell’ inaugurazione si registrò un flusso di circa 100.000 visitatori.
Sui giornali dell’ epoca si le22ggeva ” La folla era compatta, persino felice anche perché poteva finalmente rilassarsi dopo un inverno atroce che Parigi aveva trascorso tra brividi di freddo e fame nera. Il desiderio di lasciarsi stupire si misurava negli occhi scintillanti e nei mormorii d’ ammirazione. Siamo venuti a vedere ed essere visti, come nei momenti più belli della stagione di Parigi “. In effetti il Teatro della Moda, rappresentazione dell’ effimero, congerie di talenti e metafora della rinascita, rappresentava per la gente un balsamo per lo spirito affatico. Anche solo per qualche ora, appena il tempo della visita, si potevano accantonare affanni e angoscia e lasciare che la bellezza e l’ estro delle ultime creazioni della moda operassero una catarsi.
E forse, oggi come allora riusciamo a capire quanto ci sia bisogno di bellezza attorno a noi.

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Before the Second World 2War, Paris was the place were the latest trends in fashion were set. In the capital alone, you would have counted up to 70 fashion houses besides the constellation of smaller fashion house. After the war the French fashion industry, which was the second economic engine of the nation, and an important source of employment as a strong expression of cultural identity, was completely on its knees.

Customers continuous decrease plus materials and supplies shortage due to the lack of fabrics, threads and all necessary small accessories to sew, forced many ateliers to shut down. Furthermore, the German occupation agenda contributed in eroding Paris status as fashion capital aiming at transforming Berlin and Vienna in the new propellers of European haute couture. German plan was simple and well designed: at first it would have been necessary to take control of the archives of the Chambre Syndicale de la Haute Couture Parisienne, custodian of the historical memory of the Parisian fashion house; subsequently introduce subsidies to Germans clothing producers and eventually warmly recommend the mobility of French tailors in Germany in order to build tailoring schools.
The strong opposition of 14the president of the Chambre Syndicale, Lucien Lelong, firmly convinced that “It is in Paris or anywhere else” fueled a wave of indignation and the circulation of new ideas and projects: Paris would have rebuilt its leadership as city of fashion, taste and style. In this way the conceptual core of the Théâtre de la Mode was born, thanks to big push by Robert Ricci, son of the famous fashion designer Nina Ricci.
Fashion designers, artists, scenographers, writers, filmmakers, the most fervent creative minds of the time at the service of a project that over time woud have shaped as a very successful promotional campaign in the rest of Europe and America in favor of the possible rebirth of French fashion. From Paris, in fact, in 1946 the exhibition would move to London, Barcelona, Vienna and Stockholm and will land even in America, where in New York and San Francisco designers renewed clothing mannequins according to the latest fashion trends.

Eliane Bonabel, illustrator, was commissioned to design the modest silhouette of dummies in a way that it would not divert attention from the gowns.
The mannequins, all of the same size, about 27 inches tall, were made of metal wire, durable and easily available, by the artist Jean Saint-Martin while their delicate heads were molded by the sculptor Jean Rebull.
Jean Cocteau, Christian Berard, Jean Saint-Martin, and Jean Georges Wakhevitch Denis Malcles realized the 13 scenarios, depicting Parisian backgrounds or imaginary places where dummies would be placed.20
The fashion houses who joined the project including Balenciaga, Hermes, Lanvin, Pacquin, Patou, Schiaparelli, Fath, Carvin, Madame Gres and Worth, designed, each one five attires, paying attention to details, from buttons and closures up to tiny embroideries and accessories such as miniature shoes, bags, gloves, hats, belts, jewelry and even wigs.
One would work in precarious conditions because of the fabric and leather shortage; the same needles had become very rare; colored threads almost unobtainable so much that one had to dye white; recurring electricity cuts; lack of heating in the workshops in the middle of winter; long walks or rides to work; frozen water to soak leather. In any way those enormous practical difficulties did not temper the great enthusiasm of all the artists and craftsmen who participated in the project.
That’s what happened up to the debut of the Théâtre de la Mode in the Museum of Decorative Arts of the Louvre, in March 1945. The success of the operation was so much sensational that a flow of about 100,000 visitors was recorded during the single inauguration day.
Newspapers of the time wrote “The1 crowd was compact, even happy, as if they could finally relax after a hideous winter when Paris with its empty womb had shuddered at cold. The desire to be filled with wonder was measured with sparkling eyes and admiring whispers. We came to see and be seen, as in the best moments of the Parisian seasons. “. In fact, the Théâtre de la Mode , portrayal of the ephemeral, mass of talents and metaphor of rebirth, represented a balm for people weary soul. Even just for a few hours, only the visit time, one could set aside worries and distress and let the beauty and the inspirations of the latest fashion creations, operate a sort of catharsis.

And maybe, nowadays as then we realize how desperatly we need beauty around us.
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13Avant la Seconde Guerre Mondiale,  Paris était l’endroit où ils accouchaient  les tendances du moment. Seulement  dans la capitale ils se comptaient jusqu’à  70 maisons de mode au-delà de la constellation des plus petites maisons. Après la guerre l’ industrie de la mode française, qu’elle avait été le deuxième  moteur économique de la nation, une source importante de travail ainsi que la manifestation d’une identité culturelle forte, était à genoux. Les clients en diminution continue et la difficulté de se approvisionner en matériaux en raison du manque de tissus, fils et tout le matériel nécessaire à coudre,  forcèrent beaucoup d’ateliers à la fermeture . En outre, à entamer le status de Paris comme la capitale de la mode, la volonté de l’occupation allemande de transformer Berlin et Vienne dans les nouvelles puissances de haute couture européenne.

Le plan allemand était simple et bien conçu: il était nécessaire de se approprier des archives de la Chambre Syndicale de la Haute Couture Parisienne, dépositaire de la mémoire historique des maisons de couture parisiennes; introduire ultérieurement des subventions aux producteurs allemands des  vêtements et recommander chaleureusement la mobilité des couturiers français en Allemagne afin de constituer des écoles de couture.

La forte opposition du prési6dent de la Chambre Syndicale, Lucien Lelong, convaincu que  ” C‘est à Paris ou nulle part ” avait alimenté une vague d’indignation générale et la circulation des nouvelles idées et des projets: Paris aurait reconstruit son leadership dans le domaine de la mode et du style. Ainsi est né le noyau conceptuel du Théâtre de la Mode, grâce à la poussée de Robert Ricci, fils de la styliste célèbre Nina Ricci.

Stylistes, artistes, scénographes, écrivains, cinéastes , les esprits créatifs les plus fervents du temps au service d’un projet qui au fil du temps il se représentera comme une campagne promotionnelle très réussie en faveur de la renaissance possible de la mode française dans le reste de l’Europe et en Amérique. De Paris, en fait, l’exposition se déplacera à Londres, Barcelone, Vienne et Stockholm et en 1946 elle abordera en Amérique, où à New York et à San Francisco les stylistes renouvelèrent l’habillement des petites poupées selon la dernière mode.

Eliane Bonabel, illustratrice, a été chargée de dessiner la silhouette modeste des poupées  qui ne devait pas détourner l’attention de la robe portée par eux.

Les petites poupées, tous de la même taille , environ 27 pouces, en fil métallique, matériel résistant et aisément trouvable, ont été réalisés par l’artiste Jean Saint-Martin et à modeler les têtes délicates était le sculpteur Jean Rebull.

Jean Cocteau, Christian Berard, Jean Saint-Martin, Georges Wakhevitch et Jean Denis Malcles réalisèrent les 13 scénarios , représentant des contextes parisiens ou des lieux imaginaires où ont été placés les petites poupées.

Les maisons qu’ils adhérèrent au projet entre lesquelles Balenciaga,16 Hermes, Lanvin, Pacquin, Patou, Schiaparelli, Fath, Carvin, Madames Gres et Worth inventèrent, chacune cinq vêtements, curés dans les moindres détails , à partir de boutons et les fermetures à la petite broderie et aux accessoires tels que chaussures en miniature, sacs, gants, chapeaux, ceintures, bijoux et même perruques ad hoc. Il s’agissait de travailler dans des conditions précaires à cause de la pénurie de tissus et de cuir; les mêmes aiguilles étaient devenues très rares; les fils colorés introuvables, qui fallait se procurer du fil blanc à teindre; les coupures incessantes sur l’électricité; le manque de chauffage dans les laboratoires en hiver plein ; l’aller à pied ou en vélo au travail; l’eau glacée où tremper les peaux. Pourtant ces énormes difficultés pratiques, l’enthousiasme des artistes et de nombreux artisans qui ont participés au projet, n’ était pas atténué.

Tout ceci jusqu’à le début du Théâtre de la Mode dans le Musée des Arts décoratifs du Louvre, le mars du 1945. Le succès de l’ opération était sensationnel de sorte que dans la seule journée de l ‘inauguration enregistra un flux d’environ 100.000 visiteurs.
Sur les journaux de l’ époque15 on lisait : ” La foule était compacte, joyeuse aussi, car elle pouvait enfin se distraire après un hiver odieux au cours duquel Paris avait grelotté de froid, le ventre vide. L’envie d’être émerveillé se mesurait aux regards pétillants et aux chuchotements admiratifs. On était venu pour voir et être vu, comme aux plus belles heures de la saison parisienne “. En effet  le Théâtre de la Mode, représentation de l’ éphémère, arsenal de talents et métaphore de la renaissance représentait pour les gens un baume pour l’esprit épuisé . Seulement pour quelques heures, juste le temps de la visite, ils pouvaient mettre de côté les soucis  et la détresse et laisser que la beauté et l’ inspiration des dernières créations de la mode ils opérassent une catharsis.
Et peut-être, aujourd’hui comme ce temps là ,nous pouvons comprendre que nous avons vraiment besoin de beauté autour de nous.

2 Replies to “Beauty saved us once: Le Théâtre de la Mode.”

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